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Valerio Rosso

Psichiatria, Salute Mentale e Neuroscienze

unheimlich

03/11/2024 da Valerio Rosso 2 commenti

unheimlich podcast

unheimlich, che cosa significa?

Il termine tedesco Unheimlich, introdotto da Sigmund Freud nel suo noto saggio del 1919, si riferisce a un sentimento di “perturbante” o “inquietante”.

Derivato dalla parola Heim (casa), e questo termine significa letteralmente “non familiare”, e descrive quella sensazione di straniamento che sorge quando l’ordinario si trasforma in qualcosa di vagamente minaccioso o inquietante.

Questa parola ho deciso di applicarla all’analisi del Mondo Moderno e della Società Contemporanea.

Sigmund Freud rimanda questo fenomeno a elementi psichici antichi che riportano alla luce contenuti rimossi dell’inconscio, come eventi che un tempo erano familiari ma che, una volta rivelati, destabilizzano il nostro senso di sicurezza e coerenza.

Unheimlich è quindi un’esperienza emotiva interiore che svela e descrive l’inquietudine nascosta dietro l’apparente normalità del quotidiano.

Di tutto questo parla il mio nuovo podcast:

unheimlich podcast
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Valerio Rosso

CEO a valeriorosso.com
Mi chiamo Valerio Rosso e sono un medico, psichiatra e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Da anni divulgo i principali temi della Salute Mentale, delle Neuroscienze e della Medicina Digitale come blogger e come YouTuber. Alcune persone mi conoscono anche come musicista (cercatemi su Spotify, iTunes e YouTube Music).
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Interazioni del lettore

Commenti

  1. Davide Lacchini dice

    27/11/2024 alle 9:26 am

    Seguo con estremo interesse i contenuti che sta pubblicando relativamente al concetto di Unheimlich.
    Mi ha colpito, in particolare, la sua osservazione su come l’allontanamento da una “condizione naturale” sia una delle principali cause nell’insorgenza di questo tipo di sensibilità.
    Vivo da sempre nell’hinterland milanese: un ambiente letteralmente stuprato dallo sviluppo industriale e dall’ipertrofia della grande distribuzione. I miei figli (fanno le elementari) dal lunedì al venerdì, sono chiusi tra quattro pareti fino alle quattro e mezza del pomeriggio: praticamente fanno la stessa vita da impiegati dei genitori. Sono convinto che i bambini dovrebbero poter stare più tra l’erba che sul linoleum, che dovrebbero potersi sporcare, avere un contatto quotidiano di prima mano con la natura… non sto parlando della savana, basta un prato integro, con lombrichi e insetti non azzerati dai trattamenti anti zanzare. In famiglia cerchiamo di compensare come possiamo, nel tempo che abbiamo libero dal lavoro, ma personalmente non riesco a non essere preoccupato per una generazione cresciuta in ambienti artificiali, esposta continuamente a schermi (a partire dalla LIM della scuola) e abituata a svagarsi per lo più (quando non unicamente) all’interno di centri commerciali stranianti e rumorosi.
    E. O. Wilson, in un bellissimo libro intitolato “Biofilia” parla della naturale inclinazione che l’uomo avrebbe, sin da piccolo, ad interessarsi a ciò che è vivo: un’inclinazione sviluppata e mantenuta sui lunghi tempi evolutivi della nostra specie. Anche altri studiosi (il biologo italiano Barbiero con il concetto di “Biologia affettiva”, il biologo inglese D. G. Haskell in molti interessanti passaggi del suo “Suoni fragili e selvaggi”, il giornalista Richard Louv ne “L’ultimo bambino nei boschi”) si sono occupati, in vario modo, dell’importanza del mantenimento di un contatto diretto con la natura, pena la perdita di una fetta consistente del nostro equilibrio (psicofisico, sociale ed ecologico); tuttavia, nonostante gli sforzi di tanti intelletti, mi sembra che la direzione più o meno inconsciamente presa sia quella una progressiva e continua degenerazione di questi aspetti della natura umana: evidentemente poco utili al mercato. Oltre agli strumenti individuali, che si possono mettere in atto per gestire queste anomalie a cui la società attuale ci espone, non crede che serva anche qualcosa di riconducibile non solo al lavoro del singolo – ma a un movimento corale: sociale: civico, se vogliamo? In fin dei conti, la situazione ha anche aspetti etici, non solo piscologici.
    Grazie.

    Rispondi
  2. Silvio Manno dice

    12/12/2024 alle 11:16 am

    Caro Dr. Rosso,
    Mi chiamo Silvio Manno, Calabrese di nascita e Milanese d’adozione, espatriato successivamente in California 50 ann fa. Qualche tempo fa ho scoperto il suo brillante canale on YouTube e sono diventato un suo assiduo telespettatore. Essendo stato un emigrante per tutta la mia vita, prima dalla Calabria a Milano all’eta di 6 anni ed in seguito in America all’etadi 21 anni, ho sperimentato, e continuo ad essere afflitto, da quello che lo psichiatra spagnolo Achotegui ha definito come La sindrome di Ulisse, ispirata dall’eroe dell’Odissea di Omero, il cui lungo viaggio fu segnato da difficoltà immani e dall’ardente desiderio di tornare a casa, parallelamente all’esperienza di molti migranti sparsi per il mondo alla ricerca di quella fortuna troppo spesso rivelatasi elusiva.

    Achotegui ha sottolineato che non si tratta di una condizione patologica, ma piuttosto di una normale reazione psicologica a circostanze straordinariamente difficili. Un concetto affine alla cosidetta “sindrome di Ulisse” è espresso dal termine tedesco “Heimweh”, specificamente nostalgia di casa, simile all’italiano “malinconia” o “mal di patria”.

    Un altro Natale è alle porte ma purtroppo per miriadi di emigrati quelli che dovrebbero essere festeggiamenti si tramutano in veri e propri lutti pervasi di ricordi nostalgici e malinconici di tempi passati, anche se spesso romanticizzati. Questa alienante tristezza è il prezzo duro da pagare per coloro che hanno osato lasciare il proprio luogo di nascita in cerca di migliori opportunità altrove, spesso ingannati dal vecchio proverbio: L’erba del vicino è sempre più verde!

    Ironicamente, sembra che la piaga sociale dell’emigrazione italiana continui a perpetuarsi, nonostante le amare esperienze di un passato ancora prossimo. E ancora una volta l’Italia allontana i suoi figli legittimi, privandoli di un futuro dignitoso in casa propria e relegandoli all’estero. E’ davvero triste assistere ad un altro esodo di una nuova generazione di i taliani, molti di cui talentuosi e brillanti. Sembra proprio che il malgoverno italiano continui a commettere i madornali errori del passato, apparentemente inconsapevole del fatto che un paese che non investe nei suoi giovani è spacciato.

    Data la grande rilevanza della “sindrome di Ulisse” di questo fenomeno che impatta milioni di persone, sono piuttosto sconcertato dal fatto che la psichiatria raramente, se mai, abbia prestato molta attenzione su un argomento così profondo e complesso. Apprezzerei molto se lei potesse approfondire ulteriormente questo sottile e piuttosto sconosciuto tema che si ricollega al concetto di unheimlich, argomento che lei ha trattato in uno dei suoi video precedenti.

    Con molta stima e gratitudine!
    Silvio Manno

    Rispondi

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