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Valerio Rosso

Psichiatria, Salute Mentale e Neuroscienze

Perchè crediamo ai Fantasmi? Perchè abbiamo paura dei Fantasmi?

01/01/2017 da Valerio Rosso 1 commento

Credere ai fantasmi? In molti siamo portati a dire “I fantasmi non esistono! Sciocchezze!” ma, in realtà, sono molte le persone che hanno paura dei fantasmi, anche in età adulta….

In realtà, ogni essere umano entra in contatto sin da bambino con il concetto di Fantasma.

Nonostante per molte persone i Fantasmi possano essere un argomento risibile e scarsamente degno di interesse culturale, esso influenza, che lo vogliamo o meno, una grossa parte della nostra immaginazione.

Di fatto quasi ogni essere vivente ha, o ha avuto (almeno una volta nella sua vita), paura dei Fantasmi…

In tutta la letteratura occidentale ed orientale, così come nelle tradizioni orali e fiabesche, i racconti di fantasmi sono sempre stati presenti e, durante tutto il ‘900 le Ghost Stories di ogni popolo hanno trovato nuova linfa nell’immaginario cinematografico: dai cortometraggi degli esordi dell’arte cinematografica come L’auberge ensorcelé (1897) di G. Meliès, oppure The Haunted Curiosity Shop (1901) di R. Booth, per giungere sino a The Uninvited (1944) di L. Allen, The Carnival of Souls (1962) di H. Harvey; o ancora negli anni ’60 e ’70, con alcuni adattamenti di famosi romanzi come The Turn of The Screw (1898) di H. James, da quale venne tratto The Innocents (1963) di J. Clayton, o ancora The Haunting of Hill House (1959) di S. Jackson, portato sul grande schermo da R. Wise con The Haunting (1963), si ad un fiorire di titoli di questo tipo come Schock (1977) di M. Bava, Ruby (1977) di C. Harrington, The Fog (1980) di J. Carpenter, nonché il film capolavoro sui fantasmi (e sull’alcolismo…) The Shining (1980) di S. Kubrik.

Infine tra la fine degli anni ’90 e la prima decade del 2000 si verifica una vera e propria esplosione di film basati sul tema dei fantasmi, in primis con l’uscita in Giappone di The Ring (1998) di H. Nakata e negli USA di The Sixth Sense (1999) di M.N. Shyamalan; ancora dopo avremo The Others, Paranormal Activity, The Blair Withc Project, e così via.

Possiamo dire che la cinematografia sui fantasmi degli ultimi anni ha raccolto e condensato eterogenee tradizioni popolari ed opposti riferimenti culturali, anche se spesso la psicoanalisi è un collante molto presente.

In particolare abbiamo assistito a livello narrativo alla fusione di elementi della ghost story di tradizione occidentale con temi e motivi folkloristici derivati, tra gli altri, dal genere tradizionale kaidan (storia di fantasmi, che prevede anche il motivo dell’onryou, o spirito vendicatore) e dal teatro giapponese kabuki.

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Uno dei temi più presenti nella tradizione popolare occidentale ed orientale è quello legato al timore preconscio che l’anima del defunto possa tornare a regolare qualche conto in sospeso con la vita o qualche torto con chi rimane in vita; in effetti è molto interessante osservare come, sempre più esplicitamente, il morto che chiede vendetta o giustizia non è più l’anonimo “fantasma del castello maledetto” ma un amico, un famigliare o la persona amata.

D’altra parte non è difficile percepire come nel rituale funerario che prepara la sepoltura della salma sia piuttosto ben evidente l’angoscia dei superstiti rispetto ad un possibile ritorno della persona morta.

I pianti disperati, la teatralità iperbolica della sofferenza,ancora molto presenti nelle regioni del sud del nostro paese, hanno la funzione di un formulario magico per allontanare definitivamente il defunto dando voce ad un malcelato senso di colpa per chi non ha subito la stessa sorte.

Anche la tradizionale veglia funebre non è mossa solo dalla pietà per la persona estinta, ma anche inconsciamente dal controllo e dalla difesa: questi sentimenti di colpa e di ambivalenza sono il principale motore della paura che le anime dei morti ritornino per tormentarci portando alla nostra coscienza colpe, sentimenti sopiti di aggressività, timore per la consapevolezza di essere destinati alla stessa fine.

La funzione difensiva del rituale funerario, però, non riuscirà a proteggerci dal contagio della morte, con tutti i suoi frutti di consapevolizzazione e di ritorno di istanze profonde, e non potrà garantirci, perlomeno a livello immaginifico, che il defunto prima o poi riuscirà a compiere il suo viaggio a ritroso dall’aldilà.

Alla forte carica di aggressività di cui sono intrisi tutti i rituali funerari in ogni parte del mondo, l’adagio latino mors tua vita mea è infatti presentesecondo diverse versioni in molte culture, non può non conseguire il timore della rappresaglia del fantasma: il morto nella sua spiritualità persecutoria ed aliena suscita il timore di chi non ha più nulla da perdere ed assume, quindi, un potere pericoloso ed incontrollabile.

In alcune culture sudamericane, il banchetto che si consuma dopo il funerale avrebbe la funzione di aiutare a fronteggiare l’angoscia della dissoluzione del corpo con elementi simbolici fortemente legati alla vita, con tutto il carico di senso di colpa che ne deriva.

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Se in tutte le Storie di Fantasmi che sono state prodotte, l’iniziale tranquillità nell’ascoltatore può nascere dall’apparente netta contrapposizione tra il mondo dei vivi e quello dei morti, di norma il turbamento origina, ed è tanto più intenso, quando diventa stretta la vicinanza di questi due mondi che perdono la loro netta separazione, iniziando a comunicare tra di loro per le sottili e simboliche vie dell’inconscio.

I morti che, sotto le spoglie di fantasmi, invadono il mondo dei vivi spesso esprimono le stesse passioni, appetiti, gelosie, emozioni ed umane debolezze dei vivi: come noi esseri viventi pretendiamo di essere amati, e ci arrabbiamo quando non lo siamo, esprimendo una pericolosa aggressività nel disperato tentativo di esserlo, allo stesso modo il fantasma esprime sentimenti analoghi, con quella pericolosa determinazione di chi non ha più nulla da perdere.

Infatti profondamente i Fantasmi non odiano i vivi proprio perché in loro intravvedono quella energia, quella potenza che loro hanno perso; allo stesso modo nei fantasmi gli esseri umani possono riconoscere un senso distorto di familiarità.

E’ proprio in questa familiarità distorta, invertita, il “perturbante“, o “unheimlich” come descritto da Sigmund Freud quasi un secolo fa (1919), che sta la vera ragione profonda del nostro turbamento di fronte ai Fantasmi; ciò che ci spaventa per la sua stranezza, bizzarria trova proprio nel familiare, lo “heimlich”, non il suo contrario quanto piuttosto la sua vera radice.

Freud collegava tutto questo al meccanismo di difesa della Rimozione ed al suo venire meno rimettendo l’Io nuovamente e pericolosamente in contatto con tutte quelle istanze che erano state allontanate dalla mente cosciente.

I Fantasmi, “quelli che ritornano” sotto mentite spoglie, sembrano simboleggiare in maniera mirabile proprio il ritorno del rimosso.

Con il ritorno dei morti, e di conseguenza del rimosso, non solo riprendono forma le angosce ad essi legate, ma vengono alla luce anche vecchi misteri, arcaici sensi di colpa, profonde angosce che pensavamo di aver sepolto.

Tutte le storie di fantasmi ci ripropongono temi che sono in realtà tipicamente umani, connessi a dinamiche di dolorosa separazione dai propri oggetti d’amore, la difficoltà di affrontare l’elaborazione del trauma, il pericolo di difese mentali disfunzionali basate su rimozione e negazione, ovvero il modo che la nostra mente supera le difficoltà mediante la sepoltura delle idee, la tumulazione di ciò che non è elaborabile.

Quando parliamo di Fantasmi, tutti intimamente sappiamo di parlare di un trauma psichico non elaborabile.

In quest’ottica può venire considerato il concetto freudiano di Nachträglichkeit: termine comparso per la prima volta nella lettera a Wilhelm Fliess del 1896 (Freud S., 1892-97) e tradotto in inglese come “deferred action”, in italiano come “posteriorità”, in francese come “après coup” (Laplanche J., Pontalis J-B., 1967).

I traumi non elaborabili non scompaiono quindi, e la loro traccia psichica si conservava, riattivandosi più tardi quando, il ricordo sviluppava «una potenza del tutto assente nell’episodio originario» agendo «come se fosse un episodio attuale», quello che noi comunemente vediamo rappresentato nelle ghost stories e nei film horror, ovvero il ritorno dell’anima del defunto.

Il concetto freudiano di “Nachtraglichkeit” implica quindi il tentativo di una successiva rielaborazione fantasmatica di eventi passati, nella speranza che si possa ridare loro un senso. Oppure per riuscire a mandare questo insostenibile bagaglio di angoscie nuovamente nell’aldilà ridando pace allo spirito maligno che le ha veicolate e, soprattutto, a noi stessi.

Per finire vi chiedo: volete fare un salto nel mondo dell’occulto, dei fantasmi e delle case infestate? Allora vi consiglio un bellissimo libro sui fantasmi che è anche molto rigoroso sul piano scientifico, ovvero “Storia degli spettri. Fantasmi, medium e case infestate fra scienza e letteratura” di Massimo Scotti. Acquistatelo al miglior prezzo su Amazon.it:

 

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Valerio Rosso

CEO a valeriorosso.com
Mi chiamo Valerio Rosso e sono un medico, psichiatra e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Da anni divulgo i principali temi della Salute Mentale, delle Neuroscienze e della Medicina Digitale come blogger e come YouTuber. Alcune persone mi conoscono anche come musicista (cercatemi su Spotify, iTunes e YouTube Music).
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Interazioni del lettore

Commenti

  1. Matteo Scalia dice

    10/08/2020 alle 4:45 am

    Grazie non ci credo più ??

    Rispondi

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